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E infine, l’incontro



11 Gennaio 2009 Paolo_Stefano    Letto: 204454 volte Lascia un commento Vai ai commenti

Autore: Paolo_StefanoLeggi altri racconti di questo autore

E infine l'incontro | Racconto erotico sadomaso

Erano ormai mesi che si scambiavamo mail, lei era una professionista, anche piuttosto rinomata, con uno studio proprio di cui, attraverso le sue descrizioni conoscevo ogni angolo, ogni parte dell’arredamento. Di lei sapevo come si vestiva, i suoi pensieri, i sogni, le paure, i sensi di colpa. Già, le paure ed i sensi di colpa, due sentimenti che avevano spesso raffreddato il rapporto, evitato fino ad oggi un coinvolgimento fisico reale. Lei era si, già stata mia, ma a distanza, l’avevo costretta a piegarsi alla mia volontà, aveva eseguito con estremo godimento ciò che le avevo ordinato di fare ed io attraverso il suo racconto e la sua stessa voce l’avevo guardata, ma ora era diverso, finalmente l’avrei incontrata. In lei era scattato quel irresistibile stimolo di trasgressione che fin dall’inizio l’aveva già costretta a rispondere al mio annuncio. Non voglio indagare su cosa sia successo, cosa l’abbia convinta a provare ad incontrarmi, ma non mi interessa. Fin da subito abbiamo chiarito che le faccende private personali non dovevano essere oggetto di reciproca attenzione.
Preparammo l’incontro in modo da farlo apparire per entrambi un normale incontro di lavoro e decidemmo che il posto più appropriato era proprio il suo studio, dove lei si sentiva più protetta. Il primo incontro sarebbe stato solo l’occasione per conoscerci personalmente, per verificare che dopo il contatto dei cervelli, anche il contatto visivo dei corpi, gli sguardi, il tono di voce, potesse o meno indurci a continuare. Ammetto che la paura era più mia, dalle foto e dalle sue descrizioni lei era sicuramente una bella donna e sapeva di esserlo.
L’occasione più propizia fu quando il suo compagno dovette assentarsi una settimana per lavoro e benché non fosse del tutto libera, in quanto ancora impegnata dalla famiglia, quella assenza le dava più sicurezza. Da parte mia fu più facile ritagliarmi tre giorni e raggiungerla nel suo studio in riviera. L’appuntamento era per le 14 del pomeriggio, non modo più formale possibile. A quel’ora la ragazzina che le faceva da reception era ancora presente in ufficio e mi avrebbe introdotto nell’ufficio in modo tale da rappresentare un normalissimo cliente. Mi vestii in modo elegante ma sportivo e poco dopo le 14 mi presentai all’appuntamento. La ragazza, dopo avermi chiesto il nome, mi chiese gentilmente di attendere nella sala d’aspetto, ma subito dopo la vidi percorrere un breve corridoio verso l’ufficio della dottoressa. Non attendetti che qualche attimo e la ragazza mi invitò con un sorriso ad accomodarmi. Entrai nella stanza sorridente ma formale e la vidi per la prima volta in carne ed ossa. La facevo più alta, tuttavia lo sguardo non potè trattenersi dall’osservare il suo decolté che metteva in risalto un seno sodo. Cercai di distogliere lo sguardo e dicendo una frase come: ” finalmente eccoci qui” mi sedetti senza attendere il suo formale permesso. Anche lei si sedette e per un attimo interminabile ci guardammo solo, finché lei sbottò con un ” non so se posso”. Era il momento della dolcezza e così feci. Non posso spingerti, non posso obbligarti, ma se fisicamente non sei respinta, non costringerti a negare l’evidenza, le dissi. Sei molto bella e guardarti nuda per me sarà un vero piacere, sapevo che era piuttosto narcisista ed esibizionista, e volevo stimolare la sua indole. Le chiesi di darmi le mani per assaporare il primo contatti fisico, le passai dolcemente i pollici sulla parte interna del polso e la sentii vibrare. Non perdiamo quest’occasione, stabiliamo delle regole precise, come la prima volta via mail ti chiedo formalmente di sottometterti per un breve periodo, ti voglio mia per soli tre giorni, accetti? Si alzò, come per cercare dei documenti, temetti in una risposta negativa, in realtà prendeva tempo senza dovermi guardare in faccia. Mi alzai, la salutai come per andarmene ma arrivo quel tanto atteso ” no aspetta!” … stava cedendo. L’arredamento dello studio era di quanto più erotico ci possa essere, le poltroncine in legno massiccio con ampi braccioli davanti ad un ampio tavolo, dietro a questo, una sorta di trono con lo
schienale molto. Al muro un arazzo con scene di caccia, sotto a sedie e tavolo un antico tappeto, poi ancora un mobile basso, uno specchio. Dalla finestra che dava sul mare, racchiusa in spessi tendaggi rossi, trapelava pochissima luce e l’illuminazione nella stanza era circoscritta ad una lampada a stelo che poggiava sulla scrivania. Mi avvicinai da dietro e ripeti la domanda: ” accetti”, un flebile si, mi fece sussultare e cambiare il tono di voce, adesso ero il suo padrone. Prendi un foglio di carta le dissi, inizieremo a scrivere insieme le mie regole che solo ora potrai discutere con me. Sentendo già un tono diverso della voce, ebbe paura che volessi usarla subito e si affrettò a dire che dopo avrebbe avuto un altro cliente. La rassicurai, ma ripetei l’ordine, lo esegui. Scrivi le dissi e dettai. Da questo momento fino accetto di essere di sua proprietà, la chiamerò padrone e mai mi dovrò rivolgere a lei con tono impertinente o aggressivo o dandole del tu. Lei potrà insultarmi, offendermi, umiliarmi, punirmi, espormi, nelle modalità che ritiene necessarie, ma mi promette che non proverò dolore, che non avrò mai segni persistenti sul corpo, che non ci saranno mai terze persone e che comunque, in ogni momento potrò sottrarmi dicendo una parola concordata… stabilimmo che sarebbe stata STOP.
Chiesi cosa voleva aggiungere e disse che non voleva mai essere imbavagliata e mai legata completamente, inoltre non voleva assolutamente essere sodomizzata o anche solo dilatata nell’ano. Acconsentii tuttavia l’avvisai che avrei comunque usato quel’orifizio per la semplice stimolazione e che le avrei anche chiesto di stimolare il mio con la sua lingua. Su pratiche più schifose come scat o pissing avevamo già discusso molto via mail ed entrambi eravamo dell’avviso che non facevano per noi. La scrittura nervosa evidenziava l’eccitazione, firmammo e le accarezzai dolcemente il collo per poi tastare pesantemente il seno poi, gli sussurrai: “Ora il primo ordine”. Voglio controllare la tua eccitazione, le dissi; togliti le mutandine e consegnamele! Sembro smarrita, balbetto che attendeva un’altra persona, che doveva andare in palestra, che avrebbe fatto tutto, ma domani, ma bastò una mia occhiata a lei e al foglio che aveva appena firmato per farle dire il suo primo ” sì padrone”. Era troppo ligia al dovere per dire di No. Davanti a me si alzo la gonna quel tanto che bastava per poter raggiungere le mutandine e con un gesto rapido e senza guardarmi me le porse; come pensavo erano bagnate. La baciai sulla guancia e le dissi che sarei venuto il giorno dopo alle 17, doveva preparare inoltre alcune cose, un cetriolo delle misure che desiderava, uno stura lavandini a ventosa, delle pinze o meglio un attaccapanni con le pinzette, un foular nero, strisce di velcro… dissi tutto in fretta, ma le dissi assolutamente di non dimenticare niente. Al frustino per le dimenticanze, avrei pensato io. Passai una notte insonne per l’eccitazione e fortunatamente solo un impegno che mi ero prefissato per il giorno successivo mi distolse dal pensiero di lei. Alle 17 in punto mi ripresentai presso l’ufficio. Nuovamente la ragazza mi accolse, le chiesi se gentilmente potesse farmi una fotocopia di un documento che mi serviva dopo, era una scusa per far vedere che era un appuntamento di lavoro. Mi disse che l’avrebbe fatta immediatamente e così fece, subito dopo avvisò la dottoressa che andava a casa e che ero arrivato; sentii un ” va bene, ci vediamo domani, dille che attenda un attimo”. La ragazza andò via salutandomi e facendo l’ambasciata. Passò un attimo ed il meccanico rumore di chiavistelli che chiudevano da dentro la porta d’ingresso dette il via al gioco. Uscii nell’atrio, la vidi e non mi trattenni dal bloccarla, farle appoggiare le braccia al muro e palparla pesantemente la figa ed il seno, poi ripresi il controllo e le ordinai di spogliarsi completamente, inginocchiarsi e attendere. Tirai fuori dalla borsa un piccolo frustino con in punta una manina di cuoio, mi tolsi la camicia e le chiesi se si era correttamente ricordata di procurare tutto ciò che le avevo ordinato, asserì. Bene le dissi, allora va a prendere gli oggetti camminando carponi, disponili
davanti a me in modo che possa controllare. Sbrigata troia e detto questo le assestai una leggera frustatina sulle natiche, poi le consegnai in bocca anche il frustino. Come pensavo, forse apposta, forse per vera dimenticanza, mancavano le pinze e anche l’appendi abiti! Pensavi di risparmiarti le torture alle tette? povera illusa, ora inginocchiati e porta le mani sulla testa, partiamo subito da li. Si porto in posizione, mi avvicinai e guardandola negli occhi per capirne qual’era il confine tra il piacere ed il dolore le strinsi i capezzoli tra le dita ora alzandoli ora abbassandoli. Le dissi di ripetere con me: “un ordine del mio padrone non si scorda mai” per svariate volte, poi mollai la presa e la istruii sulle posizioni che intendevo farle assumere e che volevo fossero assunte immediatamente a seguito di un semplice comando. Alla parola ” esposta” avrebbe dovuto chinarsi accovacciata con le gambe più aperte possibile, le mani sulla testa; alla parola ” punizione” doveva inginocchiarsi con le mani dietro la schiena; alla parola ” disponibile” la volevo carponi, le gambe leggermente divaricate, la testa bassa in modo da esporre bene le natiche. ” Esposta” le ordinai per prova, e ella si posizionò, la corressi con il frustino, divaricandole di più le gambe ed insultandola per la sua presunta inadeguatezza. Attendimi così che ti preparo, le dissi, e così facendo la bendai. Mi soffermai a guardarla per alcuni attimi per godermi quella visione in solitudine, poi portai al centro della stanza una delle poltrone con i braccioli e l’accompagnai fino a farla sedere sopra, le sollevai entrambe le gambe e le legai ai braccioli, come da accordi le legai solo una mano, ma le ordinai di mantenere l’altra nella stessa posizione. Le ordinai di chiedermi il permesso di avere l’orgasmo poi iniziai una lunga e prolungata esplorazione di tutto il suo corpo, prima con le mani, poi con la lingua, mi soffermai a lungo sul clitoride e in quel momento capii che aveva trasgredito nuovamente ad un mio ordine, gemeva ed era paonazza. Raccolsi con le dita i suoi succhi e li portai alla sua bocca, la sbendai e mentre la slegavo le sussurrai che era solo l’inizio e che era ora che anch’io prendessi le mie soddisfazioni. Le ordinai di portarsi in posizione di disponibilità e lei ormai travolta dalla frenesia lo fece così bene che avrei voluto immediatamente farla mia, ma le mie intenzioni erano altre, volevo prima la sua bocca e desideravo farlo umiliandola ulteriormente. La feci inginocchiare, le mani dietro la schiena, la lingua fuori, con le dita le presi entrambi i capezzoli e le appoggiai il glande sulla lingua. Ora. le dissi, non dovrai lasciarne cadere nemmeno una goccia e cosi facendo iniziai ad indietreggiare lentamente. Lei con fatica si trascino dietro, cercando di allentare la tensione sui capezzoli ed evitando di perdere il contatto con il mio membro. Pochi attimi poi sfogai tutta la mia libidine in un copioso flotto che le entrò in bocca, cadde per terra, le riempì la lingua. Le lasciai i capezzoli e severamente le intimai di leccare ogni goccia di sperma fosse mai caduta sul pavimento. Rilassato, seduto sulla poltrona mi gustai la schiava, che nuda e sottomessa, carponi stava umilmente leccando sul pavimento il mio seme. Appena fini, pretesi che continuasse a leccarmi per farmi un completo servizio di pulizia. Dovevo riprendermi, pertanto optai per usarla come burattino esibizionista. A seguito di ordini perentori e decisi dovette posizionarsi in tutte le pose più oscene ed umilianti. Una sua innocua richiesta, quella di andare in bagno mi fece venire l’idea di umiliarla costringendola ad urinare davanti a me, dopo una lunga attesa e le sue suppliche di rinunciare alla cosa, finalmente riuscì, la derisi e la accompagnai in bagno per lavarsi. In seguito, posizionando la ventosa nel pavimento le indicai di accovacciarsi sopra ed iniziai un piccolo interrogatorio, gli chiesi se si masturbasse sovente e in che modo lo faceva e cosa pensava mentre lo faceva, poi volli che lo facesse davanti a me, usando sia la mano sia la ventosa. Passato qualche attimo, notando che non metteva l’impegno ed il trasporto che avrei voluto, le ordinai di andare a prendere il cetriolo, di portarselo alla bocca e lubrificarlo, quindi consegnarmelo. Fece come le avevo detto. Sfruttando le gambe del tavolo, con lei a carponi, le aprii le cosce e legai le caviglie alle gambe stesse. Con il frustino picchiettai più volte sulla parte interna delle cosce e più delicatamente sulle labbra della figa, passai delicatamente un dito nell’orifizio dell’ano e, lasciando lì il dito pollice di una mano, con l’altra, armata del cetriolo la penetrai dolcemente ma inesorabilmente. Puttana le dissi, ora ti faccio piangere dal piacere, manovrai a lungo con una mano e con l’altra, finché, spossata mi imploro di fermarmi. Ora era veramente alla frutta come energia fisica e nervosa, era giunto il momento di
fermarsi, andare oltre significava bruciare una storia che poteva ancora continuare con soddisfazione per entrambi. La sollevai in posizione retta e, a ben pensarci non era più stata così da quasi un’ora e mezza, la accarezzai dolcemente nel viso e le chiesi se le era piaciuto, la sua reazione fu inaspettata, mi bacio avidamente e il trasporto ci porto ad avere un rapporto dolce e normale. Prima di lasciarla le chiesi di rimanere nuda finché non fossi uscito e di ricordarsi che era sempre la mia schiava. Sì padrone, mi disse, lo ricorderò sempre.

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