La Traviata



31 Ottobre 2007 Farfallina    Letto: 25292 volte Lascia un commento Vai ai commenti

Racconto pubblicato per gentile concessione dell’Autrice: Farfallina
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La Traviata, racconto lesboRespingere l’invito a presenziare ad una prima d’eccezione come la Traviata, era un gesto difficile da compiere per chiunque, specie per una come me che al Teatro Regio non ci aveva mai messo piede. Eppure avevo rigettato quella proposta senza dolermene. Riccardo, il mio fidanzato, ci teneva che l’accompagnassi ad una festa. Non volevo deluderlo preferendogli uno spettacolo d’opera lirica alla sua compagnia.
Rosita, una carissima amica, mi aveva avvertito della disponibilità di un biglietto d’invito soltanto nel tardo pomeriggio. Un attacco febbrile aveva colpito la madre bloccandola a letto rendendole impossibile assistere all’opera.
Rosita aveva insistito affinché accettassi l’invito, manifestando persino l’intenzione di tenere comunque il posto libero nel palco nel caso mi fossi liberata dall’impegno che m’ero presa.

Mancavano pochi minuti alle sette. Da poco avevo fatto la doccia. Stavo asciugandomi i capelli col phone, quando il cellulare trillò. Afferrai l’apparecchio ed osservai le cifre comparse sul display. Erano dell’apparecchio di Riccardo.
- Pronto…
- Ciao bella!
- Ciao, mi vieni a prendere?
- C’è stato un imprevisto. – disse con un timbro di voce greve.
- Ah… e di che genere.
- Niente d’importante, soltanto che stasera devo presiedere la riunione di un condominio fra quelli che amministro. Non sarò libero prima di mezzanotte. Me n’ero completamente dimenticato.
- Non preoccuparti. – lo confortai, seppure delusa. – Ci tenevo ad andare a quella festa, ma sarà per un’altra volta.
- Sì, certo, mi spiace.
- Non fa niente, dai, ci vediamo domani sera.
- Sì, certo, ti telefono domani. Ora devo andare, ciao.
- Ciao…
Dispiaciuta la ero per davvero, ma l’inatteso impegno di Riccardo mi aveva messo nelle condizioni di accettare l’invito di Rosita se ancora aveva la disponibilità del biglietto. Cercai il suo numero di telefono nella rubrica del cellulare e lasciai che l’apparecchio lo componesse automaticamente, dopodiché rimasi in attesa.
- Pronto… – diede risposta la mia amica.
- Sono io, Erika. E’ ancora disponibile il biglietto d’invito oppure lo hai dato in regalo a qualcun’altra?
- No, l’ho ancora, perché?
- Stasera sono libera. Riccardo ha un impegno. Se ti fa piacere vengo a tenerti compagnia.
- Sì, dai, manca poco più di un’ora all’inizio della rappresentazione. Passo a prenderti fra mezz’ora. Mi raccomando, fatti trovare pronta. Lo spettacolo inizia alle otto precise.
- Cavolo, ma allora ho pochissimo tempo per vestirmi.
- Direi proprio di sì.
- Ciao, ti aspetto.
Sfilai l’accappatoio e andai a sedermi dinanzi alla specchiera. Stare a guardare il mio corpo nudo riflesso nello specchio mentre mi trucco il viso è quanto di meglio può capitarmi. Impiegai poco tempo per truccarmi e pettinarmi. Infilai un perizoma nero, trasparente sul davanti, lasciando nel cassetto del comò il reggiseno. Presi dall’armadio l’unico abito da sera estivo che posseggo e l’indossai.
Il colore nero dell’abito addolciva la silhouette del mio corpo. L’ampia scollatura a V sul davanti metteva in dovuto risalto le forme delle tette che tracimavano dal tessuto tanto erano gonfie e sode. Tolsi dal cofanetto delle gioie un prezioso giro di perle e serrai il prezioso ornamento attorno al collo. Agganciai un paio di zirconi ai lobi delle orecchie e rimasi a rimirarmi dinanzi allo specchio, soddisfatta dell’accoppiamento dei gioielli che sembravano offrirmi un aspetto fine ed elegante. Per ultimo calzai un paio di scarpe nere, lucide, a tacco alto, che conferivano alle gambe, visibili attraverso un lungo spacco laterale del vestito, un aspetto affusolato. Qualche minuto prima che la lancetta dell’orologio oltrepassasse le sette e mezza il cellulare trillò.
- Sono io, Rosita. Sto arrivando. Scendi in strada così non perdiamo tempo.
- Va bene. – dissi.
Poco dopo ero davanti al portone di casa. Rosita giunse quasi subito, arrestò la Golf e mi fece salire sull’auto. Mi accomodai al suo fianco e proseguimmo verso il centro.
- Contenta di essere qui? – disse quando l’auto si mise in moto.
- Sì, certo.
- Sei stupenda con addosso questo vestito. Il nero ti dona tantissimo.
Mi sentii lusingata dai suoi complimenti e contraccambiai l’elogio con un sorriso.
- Hai deciso di mettermi in imbarazzo stasera?
- No, dico sul serio. – rispose.
- Ma dai, tu sì che sei elegante, non io.
Stare in sua compagnia mi faceva bene allo spirito. Tipo allegra e per certi versi spregiudicata coniugava queste virtù in maniera ottimale. In più di un’occasione si era lasciata andare a delle avance. In cuor suo conservava la speranza che prima o poi sarei caduta fra le sue braccia, ma si sbagliava.
Da quando facevo coppia fissa con Riccardo erano trascorsi sei mesi. Per tutto questo tempo gli ero rimasta fedele. Nemmeno mi passava per la mente di tradirlo, seppure con una donna.
Sistemammo l’auto nel parcheggio sotterraneo della Pilotta, a due passi dal Teatro Regio. La serata era calda, a quell’ora c’era poca gente che passeggiava per strada. Via Garibaldi distava poche centinai di metri. C’incamminammo verso il teatro e dopo una decina di minuti entrammo nel foyer già affollato di gente.

L’opera inserita nella stagione estiva del Verdi Festival aveva attirato a Parma un grande numero di melomani da tutta Italia. Mi trovai a disagio in compagnia di un grande numero di donne che ostentavano la loro ricchezza. Suggerii a Rosita d’andare a rifugiarci nel palco e lei mi accontentò.
Il palchetto del teatro dove prendemmo posto era di quarta fila. Si trovava in una postazione centrale rispetto al palcoscenico. Mi accomodai su di una sedia e appoggiai i gomiti sul parapetto di legno per ammirare la platea semivuota. Il palco aveva le pareti tappezzate con un tessuto di velluto damascato rosso porpora. Mi guardai attorno suggestionata dalla bellezza che sprigionava il teatro. Era la prima volta che assistevo ad uno spettacolo operistico. Ero entusiasta dell’ambiente in cui mi ero venuta a trovare. Il trillo di un campanello si sovrappose al brusio di voci della gente che prendeva posto sulle poltrone.
- Questo rumore cos’è? – chiesi a Rosaria.
- E’ un primo avvertimento. La campanella indica che sta per iniziare la rappresentazione. Come puoi costatare la gente sta per prendere posto nelle poltrone e nei palchi. Ne seguiranno altri due di squilli, dopodiché sarà pressoché impossibile accedere alla platea per chiunque.
La gente affluiva poco per volta nei palchi e in platea. Gli orchestrali, che da un po’ di tempo avevano preso posizione ai loro posti, iniziarono ad accordare gli strumenti. Guardai con curiosità i volti delle persone che prendevano posto nei palchi e nella platea. Riconobbi molti personaggi famosi e mi sentii lusingata d’essere lì insieme a loro. Un secondo suono della campanella fece seguito al primo squillo cinque minuti dopo il primo. Gran parte delle poltrone in platea erano ormai occupate. I palchi straboccavano di gente sospesa ai parapetti intenta a guardarsi intorno. Sulla soglia d’ingresso della platea, sotto il palco d’onore, incrociai il volto di Riccardo. Era vestito di nero. Una cravatta a farfalla gli cingeva il collo e gli donava un aspetto fiero ed elegante. Non era solo, si accompagnava ad una troietta ingioiellata come gran parte del donne che avevo intravisto nel foyer.
Sbalordita chiesi a Rosita di prestarmi il binocolo che teneva stretto fra le dita. Lo avvicinai agli occhi e guardai in direzione delle poltrone dove i due avevano preso posto a metà sala.
Era lui, non mi ero sbagliata. Un irrefrenabile impulso di rabbia s’impadronì di me. Avrei voluto scorticarlo per intero con le mie mani, sezionarlo a pezzetti e gettare le frattaglie in pasto ai maiali.
- Perché fai quella faccia. Non sei contenta? – disse Rosaria.
- No, è che….
Scoppiai a piangere. Piegai il capo sulla balaustra per non fami scorgere dalla gente che mi stava d’intorno.
- Ehi… dai non fare così. Si può sapere cosa ti prende?
Singhiozzavo e piangevo. L’ultimo squillo della campanella mi sorprese con le lacrime che scendevano copiose sulle mie guance. Da lì a poco le luci si abbassarono fino a spegnersi del tutto e la musica iniziò.
Il sipario si aprì. Alzai il capo e vidi prendere forma un salotto di una casa in stile francese del primi ottocento. Sul fondo della scena, alla destra del palcoscenico, trovava posto un caminetto con sopra uno specchio. Nel mezzo una tavola riccamente imbandita. Il coro delle voci prese ad intonare un brano.
Seduta sopra un divano, circondata da un gruppo di persone, la soprano protagonista nel ruolo di Violetta intonò un verso.
Rosaria, che prima di venire a teatro aveva letto il libretto dell’opera, si sforzò di farmi comprendere le parole che i cantanti esprimevano attraverso il canto. Prestavo poca attenzione all’opera e non ascoltavo nemmeno i suggerimenti della mia amica. Avevo la mente altrove e non riuscivo a concentrarmi su quanto stava avvenendo sulla scena. Considerai che Riccardo non meritava nessuna delle lacrime che stavo consumando. Ma noi donne siamo sciocche e in certe circostanze abbiamo persino l’impressione che il mondo ci crolli addosso: quello per me era uno di quei momenti.
Il primo atto dell’opera giunse al termine dopo un’ora di spettacolo. Le luci si riaccesero poco per volta nella platea e nei palchi. La gente si alzò dalle poltroncine. Molte persone presero la direzione dell’uscita. Riccardo e la sua compagna andarono verso il foyer. Li seguii col binocolo mentre prendevano quella direzione.
- Hai voglia d’andare giù nel foyer?
- No, ti prego, restiamo qua. – la scongiurai.
- Perché?
- C’è qualcuno che non voglio vedere.
- Chi?
- Riccardo. E’ qui con un altra!
Rosita mi condusse nella sala attigua il palco, dall’altra parte del corridoio. Scoprii che ogni palco aveva a disposizione un piccola stanzetta dove gli spettatori potevano rifocillarsi. I genitori della mia amica erano soliti consumare un piccolo pasto alla fine di ogni atto. Rosita aprì il frigo bar che stava in un angolo del locale e mi offrì da bere.
- Champagne?
- Cosa… – dissi distrattamente.
- Vuoi da bere?
- Sì, certo.
Stappò una bottiglia di champagne e versò la bevanda nei calici. Ci accomodammo sul divanetto e restammo in silenzio per alcuni secondi assaporando il vino.
- Come va? – disse.
- Bene, bene…
- Non è mica la fine del mondo, i tradimenti fanno parte della vita, ormai ci ho fatto il callo. Gli uomini sono delle grandi carogne.
- Quello che più m’infastidisce sono le menzogne. Avrei preferito apprendere dalla sua viva voce che sta con un’altra senza doverci sbattere il muso contro.
- Meglio così, non preoccuparti.
Incominciai a bere come da tempo non mi succedeva. Le parole mi uscivano dalla bocca sciolte come l’acqua che scorre nei fiumi. Continuai a parlare fintanto che lo squillo di campanello ci avvertì che stava per iniziare il secondo atto.
- Ti spiace se resto qui ancora un po’. – dissi a Rosita quando suonò il terzo squillo.
- No, quando deciderai di venire nel palco non devi fare altro che attraversare il corridoio e aprire la porta.
- Va bene.
Rosaria se ne andò ed io rimasi sola con i miei pensieri e lo champagne. Dopo un po’ scesi nel foyer, ma non trovai nessuno. Rimasi lì per tutto il tempo del secondo atto seduta su di un divanetto a crogiolarmi nel mio dispiacere.

Sul palcoscenico lo scenario del terzo ed ultimo atto era composto da un letto con cortine mezze tirate. La scena comprendeva una toilette, accanto c’era un canapè, più distante un altro mobile sui cui ardeva un lume da notte. Sul fondo del salotto si distingueva un giardino. Andai a sedermi accanto a Rosaria. Ero accaldata nonostante la temperatura del teatro fosse mitigata dall’impianto di condizionamento dell’aria.
- Come stai? – chiese quando le fui vicina.
- Un po’ brilla, ma sto bene. – risposi.
Rosita introdusse la mano nello spacco laterale della mia veste e l’appoggiò sulla coscia per rassicurarmi. Non diedi troppa importanza a quel gesto, poi la mano si fece sempre più audace. Cominciò ad accarezzarmi la parte più interna della coscia, da prima piano, con garbo, molto delicatamente, poi fece scorrere le dita sul ginocchio insistendo nel gesto. Era una esperta conoscitrice delle zone erògene, infatti, insistette nel roteare le dita causandomi più di una forte emozione. Trovai gradevole il movimento delle dita lungo la coscia. Mi era già capitato di essere abbordata da donne. In alcune occasioni avevo persino accettato inviti da estranee per strada.
Di Rosita apprezzavo l’eleganza, la signorilità dei gesti e il modo raffinato con cui sapeva esprimersi con le parole, ma non era il mio tipo. Le donne con cui avevo fatto sesso le avevo sempre preferite acerbe. Rosita con i suoi quarant’anni era troppo su di età per i miei gusti.
L’abilità con cui muoveva le dita sulla mia pelle ebbe un effetto inaspettato su di me. Ci sapeva fare, molto. Coniugava l’arte del contatto carnale con quella raffinata della grazia per soggiogarmi. Allargai le cosce lasciando che la mano si accostasse al tessuto traforato del perizoma che avevo indosso.
Rosita volgeva lo sguardo verso il palcoscenico apparentemente interessata allo spettacolo, ma la sua mano andava in direzione della fessura della mia figa. Quando la raggiunse iniziò a sfregarla.

Avrei voluto scostarmi, serrare le cosce e farle capire che non doveva considerarmi una preda facile. Invece avevo la passera bagnata fradicia e godevo del contatto della sua mano. Rosita andò avanti a toccarmi, poi accostò le labbra al mio orecchio e articolò poche parole.
- Vieni, segui me.
Tolse la mano da sotto la mia veste. Afferrò la mia di mano e l’avvolse con la forza delle dita. Alzandosi dalla poltroncina mi trascinò dietro di sé. Senza troppo riguardo mi sbatté contro la parete in legno, nella parte più oscura del palco, lontano da sguardi indiscreti. Accostò le mani sulle mie tette e le inglobò fra le dita.
Il suo viso era confuso nell’ombra. Percepivo l’alito del suo respiro su di me. Le sue labbra si accostarono alle mie limitandosi ad una lieve contatto. Accostò la lingua sul mio collo e iniziò a sbaciucchiarmi la pelle. Fui trafitta da un brivido intenso che mi attraversò lo scheletro dalla punta dei piedi fino al cervello. Il mio corpo incominciò a tremare. Non percepivo più né la musica dell’orchestra né la voce degli interpreti canori. Rosita fece scendere le spalline del mio vestito e scoprì le tette, poi fece scivolare la veste fino ai miei piedi lasciandomi nuda con indosso le sole mutandine.
Avvicinò di nuovo le labbra alle mie ed io ne accolsi la lingua nella bocca. Adagiò le dita sui capezzoli e me li strizzò. Anch’io feci lo stesso palpandole i capezzoli da sopra il vestito. Ero in affanno. Le lingue entravano e uscivano dalle nostre bocche in maniera indecente. Adoro baciare ed essere baciata. Lei lo sapeva fare divinamente, era instancabile in questo. La sua lingua frugava nella mia bocca con molta dolcezza scotendomi violentemente. Ero sua, in tutti i sensi, ed avrebbe potuto fare di me ciò che voleva. Si mise in ginocchio ai miei piedi e lambì con la bocca il foro del mio ombelico. Si soffermò a leccare la cicatrice lasciata sull’addome dall’orifizio fetale, poi con le dita mi fece scendere da ambo i lati delle gambe il perizoma, pose le guance fra le mie cosce e s’incuneo con le labbra nella fessura della passera.
Posai le mani sul capo e lo spinsi verso di me, poi divaricai le gambe. La lingua s’impiastricciò di umore, Rosita chiuse fra le labbra il bocciolo del clitoride e iniziò a succhiarlo. Ero giù di testa, mi lasciai cadere col culo sul pavimento di legno e lei fu su di me. Continuò nella sua opera succhiandomi il clitoride fintanto che iniziai a gemere e tremare.
Seguitai a mugolare ad ogni movimento delle sue labbra che inglobavano per intero il bocciolo erettile, soprattutto quando con la punta della lingua lo solleticava.
Le scosse del corpo si fecero più intense e raggiunsi l’orgasmo. Addentai un muscolo del suo braccio soffocando il grido di piacere che usciva dalla mia bocca. Lei non si diede per vinta, continuò a leccarmi la figa fintanto che, raggiunto l’ennesimo orgasmo, riuscii a divincolarmi e col fiato sospeso mi rialzai in piedi.
Nessuno degli occupanti dei palchi, ai lati del nostro, si era accorto di quanto accaduto. La musica e il canto avevano superato in intensità gemiti e mugolii cui mi ero lasciata andare. Mi rivestii in tutta fretta e presi posto sulla poltroncina accanto a Rosita che mi aveva preceduta alla balaustra.
L’opera giunse all’epilogo. Violetta, malata di tubercolosi, senza speranza di sopravvivere, giaceva nel letto. Morì poco dopo tra le braccia dello straziato Alfredo. Il pubblico riversò sui protagonisti un fragoroso applauso che durò qualche minuto. Le luci della sala, da prima soffuse, si fecero più intense e la gente cominciò poco per volta ad abbandonare il teatro.
- Andiamo? – suggerì Rosita di cui tornai a vedere il volto.
- Sì, dai.
Abbandonammo il palco e percorremmo il lungo corridoio a forma di ferro di cavallo che circonda l’intero piano. Nessuna delle due fece cenno a quanto era accaduto poc’anzi nel palco. Scendemmo per le scale e ci ritrovammo nel foyer. Lì incocciai Riccardo e la sua nuova compagna.
- Impegnativa la riunione condominiale eh… – dissi.
- Ma… veramente…
- ‘Fanculo! Stronzo!
Lo lasciai lì, con l’espressione meravigliata della sua compagna. Sottobraccio a Rosita mi allontanai verso l’uscita. Fuori, in strada, la notte era umida… come la mia passera.

  1. hannah
    4 Gennaio 2010 a 20:55 | #1

    scusa ma Rosita o Rosaria? hai fatto confusione

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