Rapace
Autore: Egon – Leggi altri racconti di questo autore

Presi a spogliarla prima che lei se l’aspettasse. Il mio fu un gesto rapido, perentorio, che non ammetteva fraintendimenti. La spinsi contro la parete e le infilai una mano sotto il vestito. Lei emise un gemito soffocato, come da animale in trappola. Ma nell’istante successivo non le restò altro che assecondarmi. I suoi fianchi erano caldi, morbidi. Affondai i polpastrelli nel suo fondoschiena. Un gran bel culo, tondo, grosso, invitante. Poi le sfilai le mutande. Lei stava cominciando a dimenarsi, anche le sue mani iniziavano a cercare. Mi slacciò la cintura dei pantaloni e mi sbottonò la patta. Afferrò il mio uccello e lo strinse nella mano. Era già duro e gonfio, pronto a tutto.
I due corpi cominciarono a muoversi. Ritmi sincopati, respiri irregolari e affannati. Volevamo entrambi un’unica cosa e ben presto l’avremmo avuta. Infilai indice e medio nella sua fessura. Scivolarono dentro, tanto rapidamente quanto facilmente. Burro fuso, la consistenza, l’interno della sua fica somigliava a burro fuso. Feci su e giù con le dita, quattro, cinque volte, sempre più in profondità . Sempre più velocemente. Ritrassi la mano e mi succhiai i polpastrelli. Il sapore della fica mi ha sempre inebriato. Anche quella volta fu così.
Le presi la testa tra le mani e le affondai la mia lingua dentro la sua bocca. La mossi all’impazzata, volevo arrivarle in gola, in fondo alla gola, scavarle nuovi profondissimi esofagi. Con la forza della disperazione riuscì ad allontanarmi, era da qualche secondo che aveva smesso di respirare, e a riprendere fiato. Sfruttai quegli attimi per denudarmi completamente e lo stesso fece lei. Mi si avvicinò e senza che provassi a farlo io, come leggendo nei miei pensieri, s’inginocchiò e me lo prese in bocca. Con le mani giocava con le palle e sfiorava il buco del mio culo, incerta se penetrarlo o meno. La tolsi dall’incertezza, la presi per il polso e le indirizzai il medio dentro al buco. Le ordinai d’infilarlo e di non smettere di succhiare. Sentii il suo dito penetrarmi dentro lo sfintere, cercare di andare più in fondo possibile. Strinsi i muscoli e me lo sentii dentro, piccolo corpo estraneo alla ricerca di nuovi punti di piacere.
Ora però, era venuto il momento di cambiare gioco.
Le staccai la bocca dal mio uccello, non senza qualche difficoltà , sembrava averci preso gusto, e le sfilai il dito dal mio culo. Adesso toccava a me. Le chiesi di stendersi a pancia in su. Lei lo fece e nell’istante successivo le mie mani le stavano allargando le labbra della fica. La mia lingua le si posò sopra come un rapace s’avventa sulla sua preda. Artigli le mie dita. La mia bocca come un becco. Avido, affamato, smanioso. La leccai e la baciai, la morsi fino a farla gemere, le infilai, a turno, tutte e cinque le dita nel buco del culo.
Succhiavo come si succhia un frutto maturo, appena caduto dall’albero, dolce e caldo, maledettamente sugoso. Avevo il mio daffare nel cercare di tenerla ferma. Si dimenava come in preda a una crisi convulsiva, ma io avevo la necessità di succhiarle il suo nettare sino all’ultima stilla. La sentii emettere un urlo sordo, esausto. Staccai la bocca dalla sua figa e mi misi a cavalcioni sopra di lei. Aveva grandi seni bianchi, capezzoli rossi e turgidi, che somigliavano a due fragole di bosco. Posai l’uccello nel mezzo delle tette, gliele presi, le avvicinai tra loro e iniziai a strofinarmele lungo l’asta. Impercettibilmente, ma costantemente, mi avvicinavo verso il suo volto. Arrivai fino a sfiorarle il mento, a quel punto lei chinò il capo e mi prese la punta dell’uccello tra le labbra. Cominciò a leccarlo, finchè non le riuscì di riprenderselo, quasi completamente, in bocca. Io non avevo smesso per un istante di giocare con le sue tette, e anzi, ora le strizzavo, ora le succhiavo, ora le stringevo. Il mio cazzo andava avanti e indietro senza particolari attriti. La sua pelle era umida, quasi bagnata, ricoperta di piccole gocce di sudore. Glielo tirai fuori di bocca e le dissi di prepararsi.
Finalmente stava per essere chiavata. Le allargai le cosce e glielo spinsi dentro. La sua figa accolse il mio uccello come una fornace un tronco di legno. Il mio cazzone, mai così grosso come ora, sfrigolava e stantuffava a più non posso. Pulsava e sprigionava calore come una torcia umana. Spingevo e spingevo, non avevo altre ragioni di vita, in quel dannato momento dovevo solo proseguire nella spinta. Aumentai il ritmo dei colpi, il mio corpo era caldo, duro, teso allo spasmo. Adesso le stavo gridando di allargare ancora di più le gambe, per farsi fottere meglio, le stavo urlando con tutto il fiato che avevo in gola. La presi per il culo e la alzai. Mi misi in ginocchio, le sue gambe sollevate in alto, e spinsi ancora. In questa posizione il mio cazzo la penetrava molto più in profondità . Gliene diedi per un po’, sentendola bofonchiare e gemere e sospirare. Poi me ne uscii, le chiesi di girarsi a pancia sotto e di alzare il culo. Col respiro corto e spezzato, si mise in ginocchio a pancia in giù.
Il suo gran culo riluceva, bianco e tondo, come una luna. Mi sembrava essere giunto il momento. Glielo leccai un poco, cercando d’allargarlo con le dita, poi cambiai idea e le ficcai il cazzo nella figa. Ancora un po’ così, le dissi. Me la pompai, profondamente e a ritmo sostenuto, tenendo le mani affondate nei suoi fianchi morbidi e generosi. Estrassi l’uccello e puntai diretto al suo culo. L’approdo ultimo e definitivo del mio cazzo, ormai pronto all’ebollizione. Mi feci strada con le dita, le allargai il buchetto e ci appoggiai la cappella. Come teleguidato, il mio uccello, prese a muoversi lentamente verso l’interno. Diedi un paio di spinte. Furono sufficienti. L’uscio era socchiuso, non del tutto aperto, ma neppure sbarrato. C’ero dentro per metà , lei stava gridando, lo voleva tutto. E tutto gliel’avrei dato. Spinsi con forza ed entrai completamente. Era il momento di fotterla per bene. Presi ad andare su e giù, dando colpi ben assestati, tenendola ferma per il culo, spingendo forte, sempre di più. Voleva che venissi, lo stava urlando già da un po’.
“Vieni, vienimi dentro, spruzzamelo tutto dentro”, ansimava senza controllo. Voleva sentirselo dentro, il getto caldo, voleva che le riempissi il culo. Non vedevo perchè non avrei dovuto accontentarla. Sentivo il risalire del getto lungo l’asta, sentivo l’esplosione vicina. Altri due o tre colpi e me ne sarei venuto. Eccoli. Uno, due, tre. Lo spruzzo fu come una liberazione, un getto che, si fosse potuto vedere, stava inondandole le pareti del culo. Il mio uccello sussultò per quattro o cinque volte e poi si svuotò. Rimasi così per un po’, col cazzo ancora duro, dentro di lei. Guardando quel culo, dalla pelle diafana, bianca e morbida, mi venne da pensare che, il mio cazzo forse, non l’avrei mai più tolto da lì.
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